Sulle rive di Katha, mi sono seduta e ho ascoltato l’Irrawaddy.

La mia Katha è magica. Si trova sulla sponda più fiabesca dell’Irrawaddy, o almeno ai miei occhi è apparsa così. Ci sono arrivata dopo 7 ore di navigazione trascorse sul tetto di una slow boat su cui mi sono imbarcata a Bhamo, 130 chilometri più a Nord di Katha.

Il fiume Irrawaddy visto dal villaggio di Katha, Birmania del Nord.
A fine novembre, già dalle prime ore del pomeriggio, il sole proietta l’ombra delle pagode e delle palme di Katha sui banchi di sabbia dell’Irrawaddy.

Katha si affaccia a est, su un argine di sassi e cemento a una decina di metri sul livello dell’acqua. Le donne presidiano le scalinate che scendono al fiume. Quando lavano i panni o i capelli, l’ultimo gradino, quello che sfiora l’acqua, è loro territorio indiscusso. All’arrivo della mia barca da Bhamo, nessuna si è mossa malgrado fosse chiaro che dove si trovavano fosse l’unico punto dove poter attraccare.

Le sponde di Katha viste dal fiume Irrawaddy, Birmania.
Le sponde di Katha viste dal fiume.
Donne si lavano nell'Irrawaddy a Katha, Birmania
Donne si lavano nell’Irrawaddy a Katha
Panni stesi ad asciugare sugli argini di Katha, lungo l'Irrawaddy. Birmania.
Panni stesi ad asciugare sugli argini di Katha, lungo l’Irrawaddy.

La barca è stata costretta a fare dietrofront con una manovra improvvisa, ma tra noi e la barca ormeggiata di un pescatore, non c’era ormai spazio sufficiente per consentirci di concludere la virata. Io che ero a prua, seduta su una panchetta, mi sono preparata all’impatto non appena ho capito che la nostra traiettoria era segnata ed inevitabile. Ora so cosa si prova quando il tempo sembra sospeso. In un secondo che mi è sembrato durare un minuto, ho allargato il braccio nel tentativo di mettere in sicurezza la borsa con l’attrezzatura fotografica e ho piantato i piedi a terra cercando la massima stabilità possibile per controbilanciare il peso dello zaino che avevo sulle spalle. Poi ho chiuso gli occhi, stretto i denti e sentito ogni cellula del mio corpo mettersi in allarme; in uno stato d’animo viscerale e primitivo mai provato prima. Il rumore assordante di ferraglia e di vetri rotti è il primo ricordo. Poi la forza di inerzia con cui la prua della nostra barca incideva prima il vetro e poi la fiancata dell’altra. Ma la cosa che mi ha maggiormente scioccata, è stato il silenzio durante e dopo l’incidente; quello con cui il pescatore sulla barca speronata ha osservato la sua fiancata accartocciarsi e soprattutto la flemma con cui ci ha lasciati andare via. Tutti i testimoni, su e giù dalla barca, si sono comportati come se nulla fosse accaduto.

Barche al porticciolo di Katha.
Un barca al porticciolo di Katha, appena dopo l’incidente.

Questo è stato l’arrivo rocambolesco, la partenza da Katha il giorno dopo è stata altrettanto problematica, ma in modo diverso.

La slow boat che da Katha scende a Mandalay 3 volte a settima è infatti arrivata con 2 ore di ritardo. Quando ho comprato il biglietto a Katha, l’addetto mi aveva garantito che sarebbe attraccato alle 16:00, ordinandomi di arrivare al molo mezz’ora prima. Non avevo abbastanza contanti per pagare, e intanto che compilava a mano il mio biglietto mi rispondeva che non c’era problema, sarei passata da lui con i soldi prima della partenza. Possono ancora permettersi di fidarsi, è meraviglioso.

È vero che il più delle volte non ci capiamo, eppure in tutto questo viaggio nessun birmano mi ha mai mollata senza porgermi una mano.

E così, fino alle cinque e mezza ho guardato un fiume vuoto, seduta sul pavimento di una chiatta che funge anche da sala d’aspetto. Per un attimo, il cigolio delle tre assi buttate a caso come shanghai tra la chiatta e la terraferma, mi hanno illusa di non essere più sola. Invece era un cane randagio che veniva da chissà dove. Smunto, magro e privo di quello sguardo che hanno i cani quando vivono per amare. La Birmania ne è piena. Mi ha superata senza degnarmi e si è accasciato a dormire a poppa della chiatta.

Giorgiana Scianca aspetta la barca governativa per navigare sul fiume Irrawaddy, da Katha fino a Mandalay.
Aspettando…la mia barca per Mandalay.
La chiatta-sala d’aspetto della nave per Mandalay.

Era la mia seconda esperienza di ritardo birmano. La prima è stato il volo Yangon-Bhamo (inserire link al post che farò) accanto il quale, sul tabellone delle partenze, c’era semplicemente indicato “Delayed”. Impossibile stabilire di quanto. In Birmania un orario è da considerarsi un punto di partenza, perché nessuno sa in anticipo come andranno le cose. Un’ indeterminatezza che sembra non disturbare nessuno.

Aspettando…il mio volo per Bhamo.

Nel caso di questa barca, mi assale invece il sospetto di aver sbagliato molo e che anziché essere tra la polvere rossa di questo sperone di terra appena fuori da Katha, dovrei trovarmi a quello del viale che costeggia il centro, un chilometro più a nord; oltre la prigione color ocra e il grande prato verde davanti alla Pagoda dove il pomeriggio giocano a chinlone. Allarmata ho risalito la china fino al bussolotto dove, un’ora prima, avevo incrociato lo sguardo sfuggente del funzionario della compagnia di navigazione.

“Ma è sicuro che sono sul molo giusto? Perché non c’è nessun altro passeggero!” gli ho scritto su Google Translate, da giorni preimpostato su “italiano-birmano”.

“Yes, dont vorrrì!”

Mi risponde con un sorriso rosso betel e con lo stesso tono che avrebbe usato per rasserenare sua figlia spaventata dal buio.

I denti dei birmani sono macchiati dal succo rosso del betel che masticano in continuazione.
Ogni sorriso birmano è una dimostrazione degli effetti che ha masticare il betel sui loro denti.

Finalmente, i pochi altri passeggeri si sono materializzati alle cinque e un quarto. La prova che ero l’unica a non sapere che il battello sarebbe attraccato alle cinque e mezza. Navigare sul fiume Irrawaddy, significa anche sentirsi presa in giro ogni tanto.

Alle cinque e trenta spaccate la slow boat si è materializzata. Un enorme ferro da stiro bianco con i passeggeri affacciati al ponte superiore che salutavano.

L’imbarcazione aveva un sapore talmente antico che sembrava uscita da un racconto di Kipling degli inizi del secolo scorso.

La barca governativa "lenta" che da Katha scende fino a Mandalay, lungo l'Irrawaddy.
La barca governativa che da Katha scende fino a Mandalay, finalmente è venuta a prendermi.

Mentre ancora aspettavo, la prima ad arrivare è stata l’immancabile venditrice di noodles con il cappello a cono; si è accucciata con le gambe ripiegate a 180°, la consueta posizione da riposo birmana e che a me provocherebbe una paralisi alle ginocchia, e ha svoltato la giornata cucinando noodles per i passeggeri fino alle 19:30. Ora in cui lei si è srotolata e la mia nave ha celebrato la partenza con un suono di sirena lungo e profondo. Era buio da più di un’ora.

Uomini al lavoro, in Birmania
La nave è partita con 2 ore di ritardo perché c’era un enorme carico di sacchi di sabbia da portare a bordo a spalla.

Il lato positivo del non avere avuto altra scelta che rimanere ferma, da sola ad aspettare, è che contemplavo il paesaggio quando un triangolo di cielo si è riempito di piccole nuvole. Tante pecorelle in transito in un blu immacolato.

L’Irrawaddy è pieno di gente che viaggia insieme, nello stesso momento, nello stesso tratto di fiume. Come nella vita.

È durato pochi minuti, di sicuro non l’avrei notato se fossi stata distratta dalla solita slavina di stimoli da smistare di questo viaggio. Per il resto del tempo, il paesaggio è rimasto immobile. Quando nulla si muove ad eccezione del fiume, è il momento in cui è più facile ascoltarlo. E pensavo: eccomi qui, dopo tanto tempo trascorso ad immaginarlo, sono davanti all’Irrawaddy. Anzi, ci sono dentro fino al collo: nei suoi ritardi, sotto il suo cielo e tra la sua gente, che lo vive come se lo spazio occupato dall’acqua fosse un’altra stanza di casa.

Vita lungo le sponde dell'Irrawaddy nel tratto che costeggia Katha.
Vita lungo le sponde dell’Irrawaddy nel tratto che costeggia Katha.

Vita lungo le sponde dell'Irrawaddy nel tratto che costeggia Katha.

Vita lungo le sponde dell'Irrawaddy nel tratto che costeggia Katha.

In un mese e mezzo in Birmania ho visto parecchi posti del Paese, Katha è forse l’unico assieme a Pathein, nel Delta dell’Irrawaddy, dove sarei rimasta qualche giorno in più e dove spero di ritornare prima o poi.

George Orwell ambientò il suo primo romanzo proprio a Katha. Giorni in Birmana. Non molto sanno che lo scrittore di “1984” e la Fattoria degli Animali” trascorse 5 anni in Birmania come ufficiale dell’Indian Imperial Police dal 1922 al 1928. A questo periodo, trascorso in parte proprio a Katha, e al suo disgusto per il colonialismo inglese dobbiamo il suo primo libro, un potente spaccato della Birmania ai tempi dell’imperialismo inglese che è giusto conoscere prima di sbarcare in questo angolo di mondo che , inglesi a parte, non sempre molto cambiato dall’inizio del secolo scorso.

Un dipinto di com’era Katha nel 1913, durante l’imperialismo britannico, durato dal 1824 al 1948.
A Katha c'è qualche segnale di progresso e molta tradizione
Fatta eccezione per le parabole, le pubblicità delle compagnie telefoniche e l’assenza di inglesi, Katha non dev’essere molto cambiata dall’inizio del secolo scorso.
A Katha la lavorazione del pesce dell'Irrawaddy occupa quasi tutte le donne della città.
Al mattino le strade di Katha sono un susseguirsi di donne e bambini che accucciati puliscono montagne di pesciolini di fiume appena pescati.
Donne osservano il fiume Irrawaddy dalle sponde di Katha, Birmania.
Scene di ordinaria tranquillità a Katha.
Scene di vita quotidiana a Katha, Irrawaddy.
Siesta pomeridiana sulle sponde del fiume.
Un pescatore di Katha, Irrawaddy.
Il mite pescatore di Katha che mi ha portato a fare un giro sulla sua barca assieme alla sua bambina.

Pescatori a Katha, Irrawaddy, Birmania. By wowtheworld

Imbarcazioni sul fiume Irrawaddy, di fronte a Katha, Birmania.
La vita lungo il fiume Irrawaddy scorre su ogni genere di imbarcazione.
Un strada del centro di Katha, Irrawaddy, Birmania. by Wowthewordl
Un strada del centro di Katha.

Un sala da the a Katha. Gli avventori delle sale da the in Birmania sono quasi esclusivamente uomini.

Uno splendido fiore cresceva lungo un albero nei pressi della Pagoda.
Imbarcazione crociera di lusso fa tappa a Katha, Birmania, by wowtheworld
Una crociera di lusso fa tappa da Katha.
Barche al tramonto a Katha, Irrawaddy, Birmania, by Wowtheworld
Dopo il tramonto a Katha.

A Katha non ho fatto molto, se non ciondolare lungo il fiume, bere the birmano in una tea house, visitare gli edifici coloniali descritti nel libro di Orwell “Giorni in Birmania”, trascorrere un’ora a una festa di matrimonio (in cui sono stata trascinata allegramente da un gruppo di damigelle con cui ho mangiato ogni genere di cibo sconosciuto e fatto innumerevoli selfie), cenato con dei noodles piccantissimi in un ristorante lungo la strada per 30 centesimi di euro, e andarmene a dormire, in una minuscola camera con un letto appena sotto una piccola finestra affacciata su un giardino rigoglioso e da cui la sera sentivo un canto di ragazze provenire da una casa appena dopo l’albergo.

Ho spento la luce, aperto la finestra e sentito il vento frizzante accarezzarmi il viso sprofondato nel cuscino. Un’aria magica che dopo aver riempito la mia stanza è salita fino al cielo carico di stelle che vegliava su Katha. È stata la ninna nanna più dolce di sempre. Il momento di felicità più lieve di tutto il viaggio.

La vista dalla mia camera all’hotel Katha.
Coppia di giovanissimi sposi a Katha che mi hanno invitata a partecipare alla loro festa.
Ristorante a Katha, Irrawaddy, Birmania. By Wowtheworld
Il ristorante dove ho cenato.
In primo piano il mio tè e sullo sfondo la tea house dove mi sono rifugiata nel torrido primo pomeriggio a Katha, poche ore prima di ripartire.
Chiesa Anglicana a Katha, Birmania
Tracce dell’occupazione inglese a Katha. Ai tempi del colonialismo, Katha era un’importante sede dell’imperialismo britannico.
Katha, Deputy Commission House. Birmania, by wowthewordl
Riflessi d’altri tempi in una delle stanze di ciò che era il quartier generale britannico a Katha, ai tempi dell’Imperialismo. Oggi è un museo.

 

 

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