Oman Juice

Caffè, incenso e datteri al profumo di cardamomo.

Adesso che ci sono stata, sono consapevole che la mia mente tornerà in Oman ogni volta che prenderò un caffè, mangerò un dattero o sceglierò un centrifugato di frutta al bar.

La mia prima abbinata “caffè omanita-dattero” ha sancito il mio ingresso nella cultura del Paese (che, ad essere sincera, per tante altre cose mi è rimasto intimamente distante). L’unione dei due sapori, che mai e poi mai avevo pensato di accostare, è stata un’esperienza celestiale. Il caffè omanita si chiama kahwa ed è aromatizzato con chiodi di garofano, cardamomo e acqua di rose degli altipiani dei monti Al Hajar. Una brocca di kahwa con a fianco una ciotola di datteri la trovi sempre in segno di benvenuto, che sia in ua casa o nella hall di un albergo, dal più misero ai 5 stelle. Non è solo il caffè a essere diverso, anche i datteri sono grandi come fichi e morbidi come una caramella mou.  Zuccherati al punto giusto e magnifici anche nei frullati a cui aggiungono quel pizzico di dolcezza e pastosità. I menu dei ristoranti e snack bar hanno mediamente due pagine dedicate a questi nettari di salute: dai monofrutto (papaya, mango, avocado…) alle decine di arditi abbinamenti che si possono fare tra loro. Il mio preferito era menta e limone. L’Oman per me è il sultanato dei centrifugati di frutta fresca.

Souk di Muscat

Scegliete qualsiasi colore, a patto che non sia colorato.

Tra le palme di dattero delle oasi dell’Oman vive un uccello dalle piume arancioni e ali azzurre e blu cobalto. Il suo nome è Indian Roller ed è talmente bello da sembrare finto. Eppure l’ho visto sventagliare l’aria e spiccare il volo da una fronda all’altra, per poi scomparire di nuovo. Come se entrasse e uscisse da un mondo incantato. Mi trovavo nell’immensa palmeria di Birkat Al Mouz, a una ventina di chilometri dalla cittadina di Nizwa. C’ero solo io, il rumore dell’acqua che scorreva nei Falaje (antichi acquedotti patrimonio dell’Umanità) e un unico grande ombrello di foglie a ripararmi dal sole. L’Indian Roller e le verdi palme di dattero sono l’unico sprazzo di colore che ho visto in Oman. A colpo d’occhio, qualsiasi altra cosa è bianca o beige, nelle sue infinte sfumature. E quando dico tutto, intendo ogni cosa. L’intonaco dei palazzi e delle case, gli abiti degli uomini (che qui chiamano Dishdasha), le auto (che qui sono sempre grandi e con i vetri scuri), e perfino le ceramiche. La verità è che gli omaniti sono pigri. “Manco dipingono le ceramiche”, sostiene la mia amica Emanuela che da quattro anni vive a Muscat.A pensarci bene, con una tavolozza di colori ridotta al minimo si risparmia un sacco di tempo che si può trascorrere beatamente davanti a un caffè con gli amici. Visto che in Oman l’alcol è proibito, gli uomini (perché le donne praticamente non escono) siedono per ore nei coffee shop disseminati sotto le moschee e nei grandi spazi vuoti che disegnano l’Oman.

La palmeria di datteri a Birkat Al Mouz

Il Paese del non troppo.

L’Oman è moderato in tutto. Nel tollerare l’abbigliamento all’occidentale delle turiste. Nella velocità sulle strade, dove la massima è 120 km/h. Nell’altezza dei palazzi (che a Muscat non possono superare i 40 metri del minareto della grande moschea Quaboos). Non troppo sono anche le dimensioni dei souk, che impallidiscono se ripenso a quelli di Istanbul o Marrakesh. Nell’imponenza dei paesaggi naturali, che mi sono sembrati sempre un po’ meno di qualcosa che avevo già visto altrove. Ed è moderato anche nella varietà di oggetti di artigianato locale, molti dei quali sono infatti importati da India, Cina o altri Paesi della penisola arabica. Sono Made in Oman solo i pugnali, il frankincenso, le ceramiche e qualche tappeto. Una scarsità dovuta forse alla proverbiale pigrizia degli omaniti, ma anche perché il turismo è ancora agli inizi, anzi oserei dire moderato, tanto per cambiare. Sono sfrenati invece quando si tratta di mettere dissuasori di velocità pressoché invisibili, e appendere pomposi ritratti del Sultano Qābūs.  Una figura pacata, elegante e carismatica che in pochissimi anni dopo il suo insediamento, ha trasformato un Paese fermo al medioevo in un esempio mondiale di progresso culturale. Un leader che ha saputo farsi amare per la sua capacità di rispondere ai bisogni di tutti, dal ricco imprenditore di Muscat,  all’ultimo dei cittadini di un remoto paesino del Jeber Akdar. Detto questo, parlando con la gente del posto, il sentimento che alcuni provano per il Sultano mi è parso ambivalente. Forse perché gli incassi dei pozzi petroliferi finiscono direttamente su suoi conti correnti personali. O magari per il fatto che non conviene giudicare la sua politica né citare la sua consolidata storia d’amore con un ex agente dei servizi segreti inglesi, che vive ormai da anni in pianta stabile a palazzo reale.

Il Sultano Qābūs bin Saʿīd Āl Saʿīd seduto sui suoi pozzi di petrolio

Il saluto dei beduini e l’incenso delle donne

Quando una donna omanita ti passa a fianco, lascia una scia da mille e una notte. È come se le vesti nere che le sfiorano le caviglie sprigionassero degli occulti segnali di seduzione. Nel souk di Muscat mi hanno spiegato che è perché fanno volteggiare i mille veli dei loro vestiti nel fumo profumato dell’incenso. Meraviglioso…Ma torniamo al discorso del Paese del non troppo, perché voglio evitare che questo mio giudizio venga letto come un consiglio a non partire. Io non credo che il motivo che ci spinge a viaggiare sia esclamare wow ad ogni curva. O per riempirci la casa di artigianato esotico. Partiamo per arricchirci dell’incanto che provoca ciò che non conosciamo. A me piace ascoltare il suono di una lingua che non capisco e starei ore ad osservare come ci si veste, cosa si mangia e come ci si comporta in un Paese non mio. Per esempio i beduini in Oman si salutano facendo naso-naso. Proprio così: avvicinano il viso e sfregano il naso su quello dell’altro. Mi ha ricordato le coccole che i grandi fanno ai bimbi, un’immagine di tenerezza decisamente in contrasto con il loro portamento altero e il turbante da Sandokan. Come se non bastasse, da secoli gli uomini omaniti sono abituati a passeggiare mano nella mano come le ragazzine da noi. E qui torno alla bellezza di viaggiare per mettere bene a fuoco il concetto che non siamo il centro del mondo, ma solo uno dei tanti punti di vista che ci sono su questa Terra.

Souk di Muscat

Il mercato del bestiame di Sinaw

Chi mi conosce, sa della mia propensione a intrufolarmi nel tessuto locale e l’Oman non ha fatto eccezione. Ogni giovedì mattina, nel souk di Sinaw, si svolge il mercato dove ancora oggi i beduini scambiano o vendono all’asta capre e cammelli. Un rituale che si ripete sin da quando, questo anonimo agglomerato di case a 40 chilometri da Nizwa, rappresentava il più importante snodo commerciale per i nomadi del deserto, distante pochi chilometri dalla cittadina. Ho fatto in modo che il nostro itinerario facesse perno su questo appuntamento, tralasciando che gli usi e costumi del posto non vedono di buon occhio una donna che si aggira a sola, all’alba dentro un souk. Lo ammetto mi sono sentita a disagio davanti a tutti quegli sguardi stupiti (e in alcuni casi di rimprovero) ma la curiosità di immergermi in questa dimensione antica quanto il mondo ha avuto la meglio. Non c’è nulla di più autentico di questo mercato, tutto si svolge esattamente come centinaia di anni fa: è un evento imperdibile per chi viaggia in Oman.

Battitore d’asta al mercato del bestiame di Sinaw

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